Per buona parte arriva dai vigneti dell’azienda di Cossano Belbo, il resto viene acquistato da 300 conferenti. Saranno trasformate in 28 milioni di bottiglie di moscato, spumante e vermout per i mercati di tutto il mondo.
La statale è un via vai di trattori. Mancano pochi giorni alla fine della vendemmia e i produttori setacciano i filari alla ricerca dei grappoli. Una volta raccolti, finiscono nei carretti e poi nelle vasche delle aziende produttrici. Si entra, si pesa e si scarica. Dal mattino alla sera, qualcuno lavora fino a notte fonda, perché il mosto va separato dalle uve quando sono fresche, per preservarne il sapore, e si fanno gli straordinari per immagazzinare il raccolto quotidiano, prima di ricominciare, il giorno dopo. Succede così anche a Cossano Belbo, dove ha sede la Toso spa, un’azienda famigliare che dal 1910 produce spumanti, come il Moscato d’Asti e l’Asti Spumante, l’Asti Secco, sul mercato solo dal 2017, un`ampia gamma di vini del territorio, e poi i vermouth e il Toccasana l’originale liquore delle Langhe con 37 diverse erbe, dalla ricetta originale di Teodoro Negro, portato avanti in azienda da un discendente dell’”inventore”, vissuto a Cessole all’inizio del Novecento. Queste sono le settimane in cui «si fa il magazzino», per dirla con Gianfranco Toso, amministrazione delegato dell’azienda fondata da suo bisnonno che oggi guida insieme al fratello e al cugino. Cinquantadue dipendenti, per 40 milioni di fatturato nel 2019, «che spero a dicembre di confermare, nonostante a maggio il calo fosse del 15 per cento, perché il lockdown ha creato parecchi problemi anche a noi, anche se non abbiamo fatto ricorso alla cassa integrazione». Non sull’occupazione, ma a dire il vero qualche problema “il tutto chiuso” continua a crearlo. Lo stop alle discoteche, ad esempio, deciso dal governo a metà agosto, per chi vende vermouth, spumanti e bevande aromatiche usate per i cocktail è un bel guaio. «Speriamo di recuperare con il Natale, visto che la Pasqua già l’abbiamo saltata» spiega Toso che comunque vede qualche segnale di recupero. «Abbiamo ordinativi, più all’estero che in Italia per ora». D’altra parte l’export è qui, come per molte altre aziende dell’industria enologica e alimentare il primo mercato. I 28 milioni di bottiglie prodotte ogni anno nello stabilimento Toso finiscono per il 35 per cento in Italia e per il 65 all’estero; metà nella grande distribuzione organizzata, cioè i supermercati, metà nei locali e nella ristorazione. Nell’azienda di Cossano si producono per metà vino e per metà vermouth e bevande aromatiche, diventato il vero core business dell’azienda, anche all’estero, in Europa soprattutto, ma anche in Russia, Ucraina e da qualche anno nel far east. Nonostante la lunga storia dell’azienda di famiglia – c`è anche un museo enologico con le vecchie attrezzatura a testimoniarlo – oggi la produzione è all’insegna dell’innovazione. Una cantina 4.0 dove si eseguono costantemente controlli, con speciali telecamere per verificare che le bottiglie avviate all’imbottigliamento siano perfette. Un unico macchinario, in questo reparto, si occupa di risciacquare la bottiglia, riempirla e tapparla, prima di essere confezionate. «Abbiamo deciso di investire in tecnologie per avere maggiori garanzie di qualità del prodotto e per raggiungere migliori livelli di innovazione» spiega Toso che non rinuncia però al contatto con la terra. E con i 300 conferenti che portano ogni giorno, in queste settimane, le proprie uve per la trasformazione. Tra qualche giorno, quando la vendemmia sarà finita, ne saranno arrivati più o meno 30 mila quintali. Una quantità che non è sufficiente per la produzione. «Compriamo vino già fatto, ma solo da produttori italiani – spiega ad esempio il Prosecco, oppure le basi per il vermouth e gli altri aromatici da cooperative selezionate per la qualità del prodotto e del ciclo produttivo». Italiane sono anche le erbe che si usano nella preparazione del vermouth e dei digestivi: l’artemisia, ad esempio, arriva dal Pinerolese e il genepy da Elva.
